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Musica e fotografia: la volta che ne parlai con DIO

20 Agosto 2026

Io e Robben Ford - Masterclass 2009

Sì, DIO tutto maiuscolo. Perché se suoni la chitarra da una vita e uno dei tuoi riferimenti assoluti si chiama Robben Ford, quando ti capita di passare del tempo con lui, suonare con lui e soprattutto parlarci, un minimo di indulgenza sull’uso delle maiuscole credo sia concessa.

È successo durante un workshop dedicato alla chitarra jazz. Io ero lì esattamente per il motivo per cui si va a un workshop con Robben Ford: cercare di capire qualcosa di quello che succede nella testa e nelle mani di un musicista che hai ascoltato per anni. Non sono un musicista professionista, suono e studio per passione e, come capita spesso quando si cerca di capire davvero qualcosa, ogni volta che penso di avere finalmente afferrato un concetto ne scopro altri quindici che ancora mi sfuggono.

Il mio mestiere, però, è un altro: faccio il fotografo.

La cosa che ricordo più volentieri di quell’incontro è successa proprio quando abbiamo smesso di suonare e abbiamo cominciato a parlare dei nostri mestieri. Lui musicista, io fotografo e musicista dilettante. Due attività apparentemente molto lontane, eppure, mentre parlavamo, mi diventava sempre più evidente qualcosa che probabilmente avevo davanti agli occhi da anni.

Musica e fotografia sono la stessa cosa.

Naturalmente è una provocazione. Una fotografia non produce suoni e un assolo di chitarra non si appende a una parete, ma non sto parlando del risultato materiale: sto parlando di quello che succede prima, del percorso necessario per arrivare al momento in cui qualcosa che sappiamo fare diventa qualcosa che sappiamo esprimere.

Prima bisogna saperlo fare

Per suonare uno strumento devi prima imparare a suonarlo. Sembra un’affermazione di una banalità disarmante, ma contiene una parte importante del problema: devi conoscere le note, gli accordi, le scale, il tempo, l’armonia; devi educare le mani a fare qualcosa che inizialmente non sanno fare, ripetendo movimenti centinaia di volte e imparando dove andare prima ancora di poter decidere perché andarci.

Con la fotografia succede esattamente la stessa cosa. Tempi, diaframmi, sensibilità, profondità di campo, focali, esposizione, luce, colore: all’inizio la tecnica occupa quasi tutto lo spazio disponibile, perché ogni scelta richiede attenzione. Anche la macchina fotografica deve progressivamente diventare uno strumento che utilizzi senza dover pensare continuamente a come utilizzarlo.

Poi, lentamente, succede qualcosa di curioso: la tecnica non scompare affatto, ma smetti di sentirla. Ed è proprio allora che comincia la parte interessante.

C’è infatti un equivoco che accompagna spesso la fotografia: pensare che diventare tecnicamente più bravi significhi automaticamente diventare fotografi migliori. La musica dimostra con grande facilità che non funziona così. Puoi conoscere perfettamente una scala e non avere assolutamente nulla da dire con quella scala; puoi suonare velocissimo, pulitissimo e perfettamente a tempo, riuscendo comunque ad annoiare mortalmente chi ti ascolta. Al contrario, un musicista può suonare poche note e lasciarti lì ad ascoltarlo.

La fotografia non è diversa. Possiamo conoscere perfettamente la nostra macchina, esporre senza errori, avere una messa a fuoco impeccabile e conoscere ogni regola compositiva, producendo fotografie tecnicamente ineccepibili delle quali, però, non importa niente a nessuno.

Perché la tecnica serve a renderti capace di fare quello che hai in testa; non serve a dirti cosa devi avere in testa.

Non credo quindi abbia molto senso contrapporre tecnica e creatività, come se a un certo punto fosse necessario scegliere da che parte stare. Al contrario, bisogna diventare abbastanza padroni della tecnica da potersi permettere di non pensarci più continuamente.

L’improvvisazione è piena di cose imparate prima

Suonando jazz questa relazione diventa ancora più evidente. Da fuori, l’improvvisazione può sembrare il momento della libertà assoluta: il musicista non sta leggendo uno spartito, sta inventando, quindi apparentemente può fare quello che vuole.

In realtà dietro trenta secondi di improvvisazione possono esserci anni di scale, accordi, sostituzioni, intervalli, ascolto, errori e tentativi. Ci sono migliaia di ore durante le quali il musicista ha costruito un vocabolario che, a un certo punto, non ha più bisogno di richiamare consapevolmente. Non pensa necessariamente «adesso su questo accordo posso utilizzare questa scala»: semplicemente suona.

È una sensazione che conosco benissimo anche fotografando. Ci sono situazioni nelle quali non c’è tempo per ragionare: la luce cambia, una persona si gira, compare un’espressione e un istante dopo non esiste più. Alzi la macchina e fotografi.

Possiamo chiamarlo istinto, ed effettivamente lo è, ma quell’istinto non è nato cinque secondi prima. È esperienza diventata automatica, esattamente come le dita di un musicista che trovano una nota senza che lui debba cercarla sulla tastiera.

Questo cambia anche il modo in cui possiamo considerare l’errore. In musica esistono note che, teoricamente, non dovrebbero essere lì; in fotografia esistono immagini mosse, sfocate, sovraesposte o composte in modo apparentemente sbagliato. Eppure alcune funzionano magnificamente.

Non significa che improvvisamente gli errori non esistano più, ma che una regola può dirci se qualcosa è corretto senza poterci necessariamente dire se è bello. Una nota fuori può essere semplicemente una nota sbagliata, oppure può creare una tensione meravigliosa se il musicista sa dove portarla. Allo stesso modo una fotografia mossa può essere soltanto una fotografia mossa, oppure quel movimento può essere precisamente ciò che rende viva l’immagine.

La differenza non sta nell’errore in sé, ma nella consapevolezza con cui viene utilizzato e, soprattutto, nel risultato.

Le stesse note, fotografie diverse

C’è poi un altro aspetto che trovo particolarmente affascinante. Date la stessa melodia a dieci musicisti e difficilmente la suoneranno nello stesso modo. Possono avere davanti le stesse note, utilizzare lo stesso strumento e rispettare lo stesso tempo, ma produrranno comunque qualcosa di diverso, perché tra la nota scritta e quella che arriva alle nostre orecchie c’è una persona.

Succede continuamente anche nella fotografia. Mettete dieci fotografi nello stesso luogo, davanti allo stesso soggetto e alla stessa luce; potrebbero persino avere la stessa macchina e lo stesso obiettivo, ma non faranno la stessa fotografia.

Il motivo è semplice: il soggetto non è la fotografia, esattamente come le note non sono la musica.

In mezzo c’è qualcuno che sceglie cosa includere e cosa escludere, quando scattare, quanto aspettare, dove guardare e soprattutto perché, tra tutte le cose che aveva davanti, proprio quella meritasse in quel momento di diventare una fotografia.

Ed è qui che la questione tecnica torna a essere interessante, perché una delle aspirazioni più alte, sia per un musicista sia per un fotografo, credo sia arrivare al punto in cui chi ascolta o guarda non pensa più alla tecnica.

Quando ascolto Robben Ford non penso alla posizione delle sue dita, alla scala che sta usando o a quanto sia difficile quello che sta facendo. Lo ascolto. Naturalmente dietro ciò che sento c’è una quantità impressionante di tecnica, ma quella tecnica è stata assimilata così profondamente da diventare invisibile e mettersi completamente al servizio di qualcos’altro.

È lo stesso risultato che cerco nella fotografia. Non vorrei che qualcuno, guardando una mia immagine, pensasse per prima cosa a quale obiettivo abbia usato, a quale diaframma, allo schema di illuminazione o alla tecnica di postproduzione. Quelle cose dovevo saperle io; non dovrebbe essere costretto a vederle chi guarda.

Bisogna prima imparare a saperlo fare tecnicamente, per potersi ritrovare, un giorno, a saperlo fare artisticamente.

Forse il percorso è proprio questo: studiare moltissimo per riuscire, alla fine, a non mostrare lo studio.

Quel giorno con DIO

Non ricordo la conversazione con Robben Ford come una specie di rivelazione mistica nella quale lui pronunciò una frase definitiva sulla fotografia e io tornai a casa illuminato. Sarebbe una storia molto più bella, ma sarebbe falsa.

Ricordo invece qualcosa che per me vale di più: due persone che fanno cose apparentemente molto diverse e che, parlando dei rispettivi mestieri, continuavano a incontrarsi negli stessi punti. Tecnica e istinto, esperienza e scelta, interpretazione, necessità di conoscere profondamente uno strumento e contemporaneamente capacità di dimenticarsene mentre lo si utilizza.

Ero andato lì per imparare qualcosa sulla chitarra e mi sono ritrovato anche a pensare alla fotografia. Da allora questa sensazione mi accompagna spesso: più studio musica, più riconosco meccanismi che appartengono anche al mio mestiere.

Forse perché le due cose non sono poi così lontane.

O forse perché, come sostenevo all’inizio, musica e fotografia sono la stessa cosa.

E se non siete d’accordo, prendetevela con DIO.

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Alvise Garbin

Lavoro come fotografo e formatore presso lo Studio 911foto di Padova.

Se desideri contattarmi puoi scrivere al mio indirizzo email: alvise@911foto.com

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