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Perché questa fotografia di Avedon continua ad essere perfetta

3 Giugno 2026

Fra le migliaia di fotografie che ho osservato negli anni, ce n’è una alla quale continuo a tornare con una frequenza quasi inspiegabile. È la celebre immagine realizzata da Richard Avedon a Parigi, con Carmen Dell’Orefice sospesa in un salto mentre indossa un cappotto Pierre Cardin. È una fotografia che conosco da anni, che ho visto riprodotta in libri, mostre e articoli, eppure ogni volta che la riguardo trovo qualcosa che mi era sfuggito.

Forse proprio per questo è una delle mie fotografie preferite.

Non perché sia semplicemente bella. Di fotografie belle ne esistono migliaia. Mi interessa perché, dietro un’apparente semplicità, nasconde una quantità impressionante di decisioni fotografiche. È una di quelle immagini che sembrano naturali soltanto fino a quando non si comincia a osservarle davvero.

La prima cosa che vale la pena ricordare è che questa fotografia non nasce dal nulla. Avedon era un grande innovatore, ma era anche un osservatore attento della storia della fotografia. Dietro questo salto c’è infatti l’influenza evidente di Martin Munkácsi, il fotografo che per primo rivoluzionò la fotografia di moda portandola fuori dall’immobilità degli studi fotografici. Prima di lui le modelle posavano. Con Munkácsi iniziarono a correre, muoversi, vivere dentro l’immagine.

Avedon raccolse quella lezione e la portò ancora più lontano.

Questa fotografia non è soltanto un omaggio a Munkácsi. È la dimostrazione di come un’idea possa essere trasformata fino a diventare qualcosa di completamente nuovo.

La maggior parte delle persone, osservando l’immagine, vede immediatamente il salto. Io credo che il salto sia soltanto la superficie della fotografia. Il vero motore dell’immagine è la sua struttura compositiva.

Osservando con attenzione il corpo di Carmen si scopre che l’intera fotografia è costruita attorno a una diagonale potentissima. La testa, il busto, il braccio e la gamba seguono una traiettoria che attraversa il fotogramma e genera movimento ancora prima che il cervello riconosca il gesto del salto. Non è il movimento a creare la dinamica della fotografia. È la composizione che ci fa percepire il movimento.

Ed è qui che Avedon dimostra tutta la sua grandezza.

Un altro elemento che mi ha sempre affascinato riguarda il soggetto stesso della fotografia. Formalmente questa è una fotografia di moda. Il cliente voleva mostrare un cappotto. Eppure quasi nessuno ricorda il cappotto. Quasi nessuno osserva il taglio del capo, il tessuto o i dettagli sartoriali. Tutti ricordano Carmen sospesa nell’aria.

Questo dovrebbe rappresentare un fallimento pubblicitario. In realtà è esattamente il contrario.

Avedon riesce a vendere un abito senza trasformarlo nel protagonista assoluto dell’immagine. Il cappotto funziona perché appartiene a una persona viva, non perché viene esibito come un oggetto.

Anche il momento dello scatto merita attenzione. Oggi siamo abituati alle raffiche da venti o trenta fotogrammi al secondo. Fotografare qualcuno mentre salta è diventato relativamente semplice. Nel periodo in cui questa immagine venne realizzata, invece, il processo era completamente diverso. Bisognava dirigere il soggetto, prevedere il movimento, anticipare il punto esatto in cui il gesto avrebbe raggiunto il proprio equilibrio visivo.

La fotografia appare spontanea, ma probabilmente è il risultato di una preparazione quasi maniacale.

E poi c’è il dettaglio che più mi colpisce ogni volta che la osservo.

Carmen non sembra davvero saltare.

Sembra galleggiare.

Potrà sembrare una differenza insignificante, ma fotograficamente è enorme. Se il corpo fosse stato più alto avremmo percepito uno sforzo atletico. Se fosse stato più basso avremmo visto semplicemente una persona in movimento. Invece Avedon sceglie esattamente quell’istante intermedio in cui la gravità sembra sospesa.

Non stiamo osservando una donna che salta. Stiamo osservando una donna che, per una frazione di secondo, smette di appartenere al mondo reale.

Anche lo sfondo contribuisce a questo equilibrio. A prima vista sembra quasi inesistente. In realtà è costruito con estrema attenzione. Gli edifici, le linee architettoniche e gli spazi della strada sono presenti, ma non competono mai con il soggetto. Avedon non elimina il contesto. Lo controlla.

Ed è forse questa la lezione più importante che questa fotografia continua a insegnarmi.

Molti fotografi cercano di aggiungere elementi alle proprie immagini. Avedon fa il contrario. Toglie tutto ciò che non serve. Riduce la fotografia all’essenziale e lascia che siano il gesto, la forma e il tempo a fare il resto.

Per questo, a distanza di quasi settant’anni, continuiamo ancora a parlarne.

Perché alla fine non stiamo osservando soltanto una fotografia di moda. Non stiamo osservando soltanto un cappotto o una modella.

Stiamo osservando un fotografo che è riuscito a trasformare un incarico commerciale in un’immagine destinata a sopravvivere al proprio tempo.

Ed è probabilmente questa la definizione più semplice che conosco di una grande fotografia.

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Alvise Garbin

Lavoro come fotografo e formatore presso lo Studio 911foto di Padova.

Se desideri contattarmi puoi scrivere al mio indirizzo email: alvise@911foto.com

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