C’è una cosa che nella fotografia contemporanea sta diventando sempre più evidente: il fotografo è diventato il soggetto principale del proprio lavoro. Sempre più spesso si vedono fotografi che pubblicano continuamente immagini di se stessi, autoritratti costruiti, pose, frammenti di vita personale, fotografie in cui non è più chiaro se il centro dell’attenzione sia davvero la fotografia oppure la persona che l’ha scattata.
E la domanda, prima o poi, arriva inevitabilmente: la fotografia serve a mostrare qualcosa o a mostrare chi sei?
Non c’è nulla di sbagliato nell’autoritratto. L’autoritratto esiste da sempre ed è parte della storia della fotografia. Il problema nasce quando la fotografia smette di essere uno strumento per osservare il mondo e diventa un mezzo continuo di costruzione della propria immagine pubblica. Quando il fotografo non usa più la fotografia per guardare fuori, ma per confermare costantemente la propria presenza.
Oggi il fotografo si trova in una posizione nuova. Non è più solo autore. Deve essere anche volto, personaggio, comunicazione, contenuto. I social hanno spinto moltissimo questa trasformazione. E lentamente si è creata una situazione curiosa: a volte le persone seguono il fotografo più per la sua immagine personale che per le fotografie che produce.
Ed è qui che qualcosa inizia a cambiare profondamente.
Perché una fotografia dovrebbe avere un peso autonomo. Dovrebbe riuscire a stare in piedi senza il bisogno continuo di essere accompagnata dalla presenza del suo autore. Quando invece ogni immagine sembra esistere solo per rafforzare il personaggio che la pubblica, la fotografia rischia di diventare secondaria.
Il problema non è mostrarsi. Il problema è quando il fotografo diventa più importante della fotografia stessa.
Molti oggi sembrano vivere dentro una specie di promozione permanente della propria immagine. Ogni fotografia, ogni contenuto, ogni pubblicazione sembra avere lo stesso obiettivo: restare visibili. Ma la visibilità non coincide automaticamente con il valore. Essere continuamente presenti non significa necessariamente avere qualcosa da dire.
E questo cambia anche il modo di fotografare. Perché quando il centro diventa il fotografo, tutto il resto inizia lentamente a ruotargli attorno. La fotografia perde attenzione verso il mondo esterno e si trasforma sempre di più in un’estensione della propria identità pubblica.
Il paradosso è che oggi abbiamo più immagini che mai, ma spesso meno osservazione reale. Si fotografa continuamente, ma sempre più spesso per alimentare una presenza personale, non per cercare davvero qualcosa dentro la realtà.
Forse il punto non è decidere se sia giusto o sbagliato mostrarsi. Il punto è chiedersi una cosa molto più semplice: se togliessimo il fotografo dall’immagine, la fotografia avrebbe ancora qualcosa da dire?

