C’è una domanda che negli ultimi anni compare sempre più spesso durante un lavoro fotografico: “Le fa anche verticali, vero? Servono per i social.” E apparentemente sembra una richiesta normale. Il problema è che dietro quella frase si nasconde un cambiamento enorme nel modo in cui oggi viene pensata la fotografia.
Perché sempre più spesso il formato viene deciso prima ancora di capire cosa si sta fotografando.
La fotografia dovrebbe nascere dal contenuto. Dalla scena, dalla relazione tra gli elementi, dalla direzione dello sguardo, da ciò che realmente conta dentro l’immagine. Invece oggi capita frequentemente il contrario: si parte dalla piattaforma. Dallo spazio che l’immagine dovrà occupare su uno schermo. Certo, capita la stessa cosa anche in ambito video, come descritto nell’articolo del sito 911foto https://www.911foto.it/news/video-per-i-social_-cinque-curiosita.htm
Ed è qui che qualcosa inizia a deformarsi.
Ci sono situazioni in cui il verticale ha perfettamente senso. Ma esistono anche eventi, scene e contesti in cui quel formato impoverisce completamente la fotografia. Basta pensare a molti eventi istituzionali, conferenze o tagli del nastro. Situazioni costruite attorno alle persone, alle relazioni, alla presenza delle autorità o del pubblico. Eppure sempre più spesso si preferisce una fotografia verticale che mostri metri di soffitto e pavimento pur di adattarsi al linguaggio dei social.
Il risultato è paradossale: i soggetti davvero importanti dentro l’immagine diventano piccoli, secondari, schiacciati dal formato. La fotografia smette di organizzarsi attorno a ciò che conta e inizia a organizzarsi attorno alla piattaforma che dovrà ospitarla.
Ed è una trasformazione molto più seria di quanto sembri.
Perché il formato non è una scelta neutra. Cambia il modo in cui si legge un’immagine. Cambia il peso degli elementi, la relazione tra le persone, la gestione dello spazio. Quando una fotografia nasce già subordinata al contenitore che dovrà mostrarla, il rischio è che il linguaggio fotografico perda lentamente autonomia.
La cosa più curiosa è che spesso queste richieste arrivano da persone che non stanno pensando alla fotografia. Stanno pensando alla comunicazione. Alla pubblicazione. Alla visibilità. E questo è comprensibile. Il problema nasce quando la logica della piattaforma inizia a influenzare direttamente la costruzione dell’immagine.
Per anni la fotografia ha cercato il formato migliore per raccontare qualcosa. Oggi sempre più spesso cerca il formato migliore per essere pubblicata. E non è la stessa cosa.
La committenza ha sempre influenzato la fotografia, è inevitabile. Ma oggi il peso delle piattaforme è diventato talmente forte da modificare direttamente il linguaggio visivo. Non si fotografa più solo per raccontare una realtà. Sempre più spesso si fotografa per adattarsi a un contenitore.
E quando il contenitore inizia a decidere il contenuto, la fotografia perde lentamente una parte della propria libertà.

