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Il danno dei preset

11 Maggio 2026

I preset non sono il problema. Il problema è il modo in cui vengono usati. Nascono come strumenti, ma sempre più spesso diventano scorciatoie. E quando una scorciatoia sostituisce lo sguardo, la fotografia inizia a perdere qualcosa di importante.

Oggi moltissime immagini sembrano uscite dallo stesso posto. Stessi colori, stesso contrasto, stessa pelle, stessa atmosfera. Cambiano i soggetti, ma l’impressione è che la fotografia venga costruita sopra un modello già pronto. Non si guarda più la realtà per capire come interpretarla. Si applica una formula.

Il preset dà sicurezza. Permette di ottenere rapidamente un’immagine gradevole, coerente, riconoscibile. E in certi contesti è anche utile. Il problema nasce quando il fotografo smette di decidere davvero. Quando il processo visivo viene sostituito da un’estetica automatica. Quando si cerca di far assomigliare ogni immagine a qualcosa che si è già visto funzionare altrove.

La fotografia, però, non dovrebbe partire dal risultato finale. Dovrebbe partire dalla realtà che si ha davanti. Ogni situazione ha una luce diversa, un’atmosfera diversa, un peso diverso. Applicare sempre lo stesso trattamento significa ignorare queste differenze. Significa imporre un filtro sopra ciò che si sta osservando invece di leggerlo davvero.

Il punto non è essere “contro” i preset. Sarebbe una posizione superficiale. Il punto è capire che nessun preset può sostituire una scelta visiva. Nessuna regolazione automatica può decidere cosa sia importante dentro una fotografia. Quella responsabilità resta del fotografo.

Molti oggi lavorano al contrario. Prima cercano un’estetica, poi cercano immagini che possano entrarci dentro. Ma quando succede questo, la fotografia smette lentamente di raccontare qualcosa e inizia semplicemente ad assomigliare ad altra fotografia.

Ed è qui che nasce il danno vero. Non tecnico, ma visivo. Perché l’abitudine a usare immagini già costruite porta inevitabilmente a guardare meno. Se il risultato è già previsto, se l’estetica è già decisa, l’attenzione verso ciò che sta realmente accadendo si abbassa. Si fotografa per confermare uno stile, non per interpretare una situazione.

Una fotografia forte non nasce da un preset efficace. Nasce da una scelta consapevole. Il colore, il contrasto, la pelle, la luce, tutto dovrebbe essere conseguenza di ciò che l’immagine chiede, non di ciò che un filtro impone.

Il rischio più grande della fotografia contemporanea non è la tecnologia. È l’omologazione dello sguardo. E ogni volta che un fotografo smette di osservare davvero per limitarsi ad applicare una formula, quel rischio diventa un po’ più reale.

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Alvise Garbin

Lavoro come fotografo e formatore presso lo Studio 911foto di Padova.

Se desideri contattarmi puoi scrivere al mio indirizzo email: alvise@911foto.com

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